Umanizzare i testi generati dall’AI

Come umanizzare un testo generato dall'AI

La ricerca “umanizzare i testi” è diventata una delle espressioni più fraintese del momento. La cercano in tanti perché vogliono prendere un testo generato con l’intelligenza artificiale, passarlo dentro un tool e ottenere qualcosa che sembri scritto da una persona. Ci si aspetta di ottenere un elaborato con meno ripetizioni o formule riconoscibili e meno frasi con quel tono levigato e un po’ senz’anima che ormai abbiamo imparato a fiutare a distanza.

Capisco il bisogno, davvero. Quando un testo suona troppo artificiale, dà fastidio. Però il punto non è solo togliere inoltre, è fondamentale, in un mondo sempre più, non è così ma è cosà o tutte quelle ridondanze che rendono la lettura piatta. Quelle sono noiose, sì, e io le elimino sempre, ma non sono il vero problema.

Il vero problema è che molti contenuti generati con AI non hanno niente da dire che non sia già stato detto. Sono grammaticalmente corretti e perfino piacevoli nella forma. Eppure scivolano via. Sono privi di esperienza, privi di anima, inutili, zero passi avanti per il lettore verso il compimento di una scelta. 

Sembrano contenuti, ma funzionano come riempitivi.

Mettiamoci allora in testa un concetto: umanizzare un testo non vuol dire mascherare l’AI. Per me, è un’attività che rientra all’interno di un processo creativo e strategico mirato, volto a costruire un contenuto che abbia ricerca, competenza, punto di vista, prove, esempi e una relazione reale con le domande del pubblico. In questo modo un testo comincia a diventare utile. Ed è lì che può diventare anche più autorevole, più citabile e più difficile da sostituire.

Se cerchi un tool per umanizzare i testi pensaci bene 

Chi cerca un tool per umanizzare i testi AI spesso parte da una paura: “Questo contenuto sembra generato?”.
Ragionamento tanto comprensibile quanto superficiale. 

I tool di umanizzazione lavorano quasi sempre sullo strato visibile: cambiano alcune parole oppure spezzano frasi. In alcuni casi variano il ritmo, in altri sostituiscono formule prevedibili. In certi casi migliorano la leggibilità, in altri peggiorano il testo, perché introducono sinonimi forzati o giri strani.
Lo specifico però: anche quando fanno un buon lavoro, stanno intervenendo dopo. A testo già pensato, a contenuto già debole, se debole era in partenza.

In fin dei conti, se un testo non contiene niente di speciale, allora non c’è tool che tenga. Resta sempre e per sempre (come canta De Gregori!) un testo intercambiabile. Può capitare che nell’immediato tutto sommato funzioni, ma fidati della mia esperienza: nel tempo perde valore. Sia per chi legge che per chi lo pubblica. Per i motori di ricerca e sempre di più anche per i sistemi generativi.

Magari il problema fossero le ridondanze dell’AI!

Le ridondanze dell’AI sono facili da riconoscere, Marco Ilardi in questo articolo aveva raccolto tutte le principali. Certi attacchi generici, certi aggettivi gonfi, certe conclusioni sempre uguali. La tentazione è pensare che basti eliminarle. 

Io non la vedo così.

Un testo può non contenere nessun cliché evidente e restare comunque debole. Può essere asciutto, corretto, pulito, perfettamente revisionato. Ma se non aggiunge un’osservazione concreta, un esempio vissuto o una distinzione utile, rimane un testo medio.
Il web è già pieno di testi mediocri, concordi?

La media statistica come nuova voce dominante del web

L’intelligenza artificiale tende a produrre la risposta più probabile. È la sua forza e, nello stesso tempo, il suo limite quando viene usata senza direzione. Se tutti chiedono allo stesso tipo di modello di scrivere sullo stesso argomento, con brief simili e obiettivi simili, il risultato converge. 

In un corso di Giorgio Taverniti ricordo un passaggio che parlava del rapporto tra temperatura di un modello generativo e creatività dell’output.

La temperatura indica quanto un modello di intelligenza artificiale può essere prevedibile o creativo quando completa un testo.

Con una temperatura bassa, il modello sceglie quasi sempre la parola che considera più probabile. Per esempio, partendo dalla frase “Il cielo è…”, potrebbe completare:

“Il cielo è di un azzurro intenso, come se il sole stesse dipingendo un quadro di luce.”

La frase è corretta e comprensibile, ma anche piuttosto prevedibile.

Con una temperatura più alta, invece, il modello può scegliere parole meno attese e costruire una frase più originale, come:

“Il cielo è una tavolozza di meravigliosi colori d’oro quando il sole è alto.”

In pratica, una temperatura bassa è utile quando servono risposte chiare, coerenti e poco variabili. Una temperatura più alta può essere utile per cercare idee, titoli, immagini o formulazioni più creative.

Resta il fatto che, anche quando propone parole meno prevedibili, l’AI lavora sempre a partire da concetti, testi e schemi che conosce già. Può combinarli in modo nuovo, ma non inventa dal nulla: non osserva il mondo, non vive esperienze e non scopre idee come farebbe una persona.

Come spiegavo in questo post di LinkedIn, il modo di scrivere (o meglio, di pubblicare!) si sta appiattendo favorendo una lingua editoriale senza né spigoli né memoria. Una lingua in cui ogni brand sembra parlare come ogni altro brand.

Come umanizzare un contenuto

Ok, lo hai capito, devi proprio cambiare il materiale di partenza.

Un testo diventa umano (anche se è scritto con l’aiuto dell’AI) quando mostra che dietro c’è una persona che ha scelto cosa dire, cosa togliere, cosa approfondire e da quale angolazione guardare il problema.

Ecco gli step da seguire.

1. Ricerca prima della scrittura

Prima di scrivere, io voglio capire cosa c’è già in SERP, cosa ripetono tutti, quali domande restano scoperte, quali esempi mancano, quali parole usa il pubblico e quali invece appartengono solo al gergo degli addetti ai lavori.

Questa ricerca mi aiuta a capire da cosa prendere distanza. Se le prime dieci pagine dicono tutte la stessa cosa, il lavoro editoriale non è produrre l’undicesima versione più elegante.

2. Esperienza prima dell’eleganza

Un testo può essere elegante e inutile.
L’esperienza, invece, porta dentro dettagli che risolvono problemi ricorrenti o obiezioni reali, passaggi che sulla carta sembrano semplici e poi non lo sono.

Nel caso di un contenuto aziendale, l’esperienza può arrivare da chi vende, da chi assiste i clienti, da chi fa consulenza, da chi installa, progetta, risponde ai reclami, segue i rinnovi o ascolta le richieste più strane. Un copywriter competente sa fare emergere queste informazioni e trasformarle in testo leggibile.

3. Dialogo con chi parla ogni giorno con i clienti

Lo sanno tutti, ma quanti mettono a frutto tutti gli spunti? Il servizio clienti è una miniera editoriale sottovalutata. Lì si trovano le domande. Si trovano le parole con cui le persone descrivono un problema prima ancora di sapere come si chiama. Si trovano dubbi, resistenze, fraintendimenti, aspettative sbagliate.

Recentemente sto lavorando con i copywriter di Creditsafe proprio sulle domande dei clienti fornite dal team sales: una miniera d’oro!

Se un articolo nasce anche da quel dialogo (e continua con una keyword research fatta a regola d’arte), cambia qualità. Risponde al lettore.
Lo dirò allo sfinimento: un paragrafo costruito su una domanda reale ha un peso diverso da un paragrafo scritto perché “serve una sezione FAQ”.

E-E-A-T e unicità 

E-E-A-T (Esperienza, Competenza, Autorevolezza e Affidabilità) devono guidare il modo in cui il contenuto viene progettato. Google, nelle proprie risorse per chi pubblica contenuti, insiste sul valore di pagine utili, affidabili e pensate per le persone. Il tema è il valore reale che resta nel testo, al di là che venga realizzato con una presenza più o meno importante dell’AI.

Lo stesso vale per la visibilità nelle esperienze di ricerca generativa. Nelle indicazioni di Google sull’ottimizzazione per le funzioni AI, il focus resta sui contenuti unici e non intercambiabili. Pagine con scopo ben preciso con informazioni verificabili e realmente utili per il pubblico.

L’autorevolezza si costruisce con prove, esempi e scelte editoriali

L’autorevolezza non coincide con il tono autorevole. Questa è una distinzione importante. Posso scrivere con voce sicura e non dimostrare nulla. Posso usare parole come “strategico”, “professionale”, “innovativo” o “all’avanguardia” e restare nel vago.

Dire che un’azienda utilizza una tecnologia all’avanguardia, un metodo innovativo o un approccio strategico non basta, se non si spiega quale tecnologia, quale metodo, per risolvere quale problema e per chi. Senza contesto, servizio e prove concrete, queste espressioni non comunicano valore: riempiono lo spazio, ma non aiutano le persone a capire cosa fa davvero un brand.

Spesso, i siti che ricorrono continuamente a questo linguaggio generico mostrano anche un problema più profondo: non hanno una visione chiara di ciò che sono, di ciò che vogliono diventare e del contributo specifico che possono offrire. L’autorevolezza si vede invece quando il testo mostra perché una certa affermazione è credibile, attraverso dati, esempi, opinioni argomentate e punti di vista riconoscibili.

I tool di umanizzazione possono aiutare

Non demonizzo i tool. Alcuni strumenti possono aiutare nella revisione: segnalano ripetizioni o frasi troppo lunghe, formule abusate. Possono essere utili come check, soprattutto quando si lavora su molte pagine o su testi nati da bozze generate con AI.

È importante però evitare di confondere la revisione stilistica con la qualità editoriale. Un tool può rendere un testo meno rigido, ma né intervistare un cliente né può ricordare una conversazione con il reparto vendite.

Ma anche qui vi metto in guardia: quanto è importante quel contenuto per voi? Davvero volete affidare l’umanizzazione del vostro libro o del vostro eBook a un tool automatico?
Non è meglio chiedere questo servizio a un copywriter?
Che scaldi il testo, lo renda più frizzante, meno noioso, più coinvolgente?

Umanizzare un testo solo alla fine è come cambiare voce a una persona che non ha niente da raccontare. Magari la ascolti per qualche riga in più. Poi te ne accorgi.

Il ruolo del copywriter quando tutti possono generare testi

Torniamo allora ai miei amati copywriter.
Quando tutti possono generare testi, il valore del copywriter sta nel decidere quali parole meritano di esistere.

Lavora prima, durante e dopo.
Prima, chiarisce l’intento e raccoglie informazioni.
Durante, costruisce una struttura SEO e valorizza gli elementi differenzianti.
Dopo, taglia quello che suona bene ma non serve e controlla se il testo parla davvero al pubblico giusto.

La differenza si vede nei dettagli:
• una domanda in FAQ formulata come la farebbe un cliente
• un esempio che anticipa un’obiezione
• una distinzione tra due casi che sembrano uguali (e invece non lo sono!)

L’AI può diventare utile come supporto dentro un processo guidato da una persona che pensa, con il cervello e con il cuore. Può aiutare a organizzare, riformulare, sintetizzare, trovare alternative. Però la direzione editoriale deve restare umana, perché nasce da responsabilità, contesto e scelta.

Un testo umano è solo tuo

Un testo umano porta dentro un punto di vista ed è riconoscibile. Si sente che qualcuno ha guardato il tema da vicino e ha selezionato le informazioni. Poi ha ascoltato domande reali e ha scelto cosa lasciare fuori. Ha accettato di non dire tutto pur di dire meglio qualcosa.

Questo è il tipo di umanizzazione che mi interessa.
Quella che usa la tecnologia senza farsi svuotare dalla tecnologia.
Quella che trasforma un contenuto da prodotto medio a risorsa utile.

Il futuro dei testi si giocherà sulla capacità di essere necessari.