Come ogni professionista che si occupa di formazione SEO e non solo, dedico una parte importante del mio tempo per formarmi a mia volta e lasciarmi ispirare da colleghe e colleghi per cui faccio il tifo.
Uno di questi, da cui negli anni ho imparato tantissimo, è Marco Ronco. Ho seguito anche la sua masterclass per SEOZoom Academy, dedicata al rapporto tra EEAT e GEO.
C’è stato un passaggio in particolare che ha conquistato tutti i partecipanti e che ribalta il modo in cui di solito guardiamo alla visibilità nelle risposte dell’intelligenza artificiale.
L’idea è questa: nessun sistema di AI ti cita per premiarti, ti cita perché ne ha bisogno.
Sembra una sfumatura ma cambia il modo con cui dovremmo approcciarci ai contenuti che creiamo.
Cosa c’è nella mia pagina che rende rischioso ignorarla?
Ti spiego perché questo punto di vista è quello giusto e perché, se lavori sui contenuti come faccio io ogni giorno con il mio team, ti conviene tenerla appesa sopra la scrivania.
L’AI si protegge
Un modello linguistico genera testo sulla base di ciò che è statisticamente probabile. Questo lo rende bravissimo sulle cose che ha acquisito nella fase di addestramento e che trovano conferma (e coerenza) su più fonti.
Per quanto riguarda invece il dato preciso o l’eccezione oppure quello che succede quando la teoria incontra un cliente in carne e ossa, ecco, su quello potrebbe non avere certezze statistiche.
Se il prompt di un utente tocca uno di questi territori, il sistema può inventare e a livello probabilistico, sbagliare, oppure può appoggiarsi a una fonte che tolga il rischio. La citazione nasce esattamente lì, in quel momento di insicurezza.
Il contenuto generico è impossibile da linkare
Qui arriva la parte che a qualcuno non piacerà perché vi vedo che pubblicate nei vostri blog i testi copia/incolla da ChatGPT e che risparmiate sui copywriter 😤
Un contenuto generico per quanto ben scritto, non verrà citato. Mai.
Il motivo è che quella risposta l’AI ce l’ha già. L’ha letta migliaia di volte, in migliaia di versioni quasi identiche, ed è perfettamente in grado di riformularla da sola senza scomodare nessuno.
Quindi se fate copia/incolla dall’AI ben vi sta!
Puoi limare le frasi quanto vuoi o umanizzare i testi con i nuovi tool che promettono miracoli. Se dentro c’è quello che c’è ovunque, per il modello sei intercambiabile.
Una fonte intercambiabile, per definizione, è inutile.
Ciò che costringe un sistema generativo a citarti è l’elemento in più, che alcuni in termini tecnici definiscono information gain e che io ritengo faccia parte della capacità di inserire l’esperienza in un contenuto. Un valore che hai misurato tu. Un caso reale che hai documentato tu. Un’indicazione operativa che nasce dall’aver fatto quella cosa, con le mani, con i clienti.
Nella masterclass questo concetto tornava di continuo, in forme diverse: l’AI è piatta per costruzione, difficilmente inserirà un’esperienza personale, perché non ce l’ha! Tu invece puoi fare la differenza, per questo esisti come fonte.
Ti faccio un esempio, di quelli che raccolgo lavorando sui piani editoriali. Un’azienda che installa impianti può scrivere che “la manutenzione periodica è fondamentale”. Verissimo, e inutile: lo dice chiunque faccia manutenzione.
Oppure può scrivere che su cento interventi di assistenza dell’ultimo anno, una buona parte riguardava un componente che i clienti non sapevano nemmeno di dover controllare, e spiegare quale. Se fai così, l’AI deve per forza passare da te.
La fiducia per un brand richiede conferme esterne
Anche per questo mi piace così tanto Linkedin. È un’occasione per un brand così come per un libero professionista, per portare la sua voce fuori dal sito nel tempo e con costanza. Con tempo e costanza, appunto si costruisce un rapporto di fiducia.
Grazie a post e menzioni su fonti terze dai forza e autorevolezza al sito e al brand stesso. Dichiarare chi firma un contenuto resta fondamentale, sia chiaro, perché se non lo dici l’AI non può saperlo. Ma la dichiarazione è solo l’innesco.
La comprova avviene fuori.
Lo so cosa stai pensando: “Facile per i grandi brand”.
Invece no, ed è la parte che mi piace di più. Lo possono fare anche i piccoli, con segnali coerenti e una strategia differenziante fatta con cura e qualità. Anche una PMI, che opera in una nicchia ristretta, se produce riscontri esterni veri costruisce un’identità che il modello riesce a riconoscere e a cui riesce ad aggrapparsi. Un artigiano con dieci anni di risposte competenti in un forum di settore, per un’AI, può pesare più di un’azienda con un ufficio stampa.
La coerenza batte la dimensione. Quando lo spiego ai clienti, qualcuno tira un sospiro di sollievo.
Rispondi alle domande, ma smettila con le FAQ
Questa è una mia battaglia personale. Puoi creare contenuti di qualità che rispondono a ogni domanda, senza dover mettere una lista infinita di FAQ, solo perché hai sentito dire che “così si ottimizza per l’AI”.
Dai, è un’assurdità!
Per rendere le tue pagine web indispensabili, oltre a pensarle fin dal principio con uno scopo preciso, devi prevedere i dubbi e le incertezze della tua buyer persona per ridurre la frizione che porta alla conversione.
Il metodo che uso con il mio team è quasi un gioco di ruolo: se io fossi il sistema che deve rispondere, in quali sottodomande spezzerei questa richiesta?
Prendi una domanda apparentemente secca come “conviene rifare il sito aziendale?”. Dietro ci sono i costi, i tempi, cosa succede al posizionamento durante la transizione, quando ha senso aspettare, quali errori fanno perdere il traffico costruito in anni.
Confronti tra alternative, eccezioni, casi in cui il consiglio non vale, implicazioni pratiche di una scelta: tutto questo è studio del search intent e, di fatto, copertura semantica.
Un consiglio per chi scrive e per le aziende
Tiriamo le fila.
All’inizio del processo editoriale usa gli strumenti di keyword research, che restano indispensabili per definire i confini del lavoro. Poi parla con chi in azienda tocca i problemi ogni giorno soprattutto chi vende e chi risponde ai reclami.
Durante la scrittura, il lavoro è dare a quel materiale una forma che copra le sottodomande senza diventare un’enciclopedia impossibile da leggere. Non tutto merita un paragrafo, qualcosa merita solo una riga, ma quella riga giusta, nel punto giusto.
Dopo la pubblicazione, procedi con il lavoro più lento e meno visibile: costruire i riscontri esterni a partire da quelli che puoi curare tu in prima persona. Sai che qualche anno fa ho spiegato in un post di LinkedIn come trasformare un articolo in 26 diverse risorse multicanali e multimodali? Mi sa che è il momento di rispolverarlo.
L’AI cerca un appiglio, tu sii quell’appiglio
Chiudo tornando all’immagine da cui sono partita.
Quando in una risposta generata compare un link, quel link è una confessione. Il modello sta ammettendo che da solo non poteva essere esaustivo. Aveva davanti una domanda in cui il margine di errore era alto, e la tua pagina era il posto dove quel margine si abbassava.
Ecco perché non credo alle scorciatoie per “farsi citare dall’AI”, così come non ho mai creduto ai trucchi per piacere a Google.
La strada è la stessa di sempre, solo più esigente.





